“riportato (sic) alla vita come fuoco”, poesia di Bukowski

relaxed ginger cat on stone railing
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Il cuore della poesia sta nella contrapposizione tra due modi di esistere: quello animale, immediato e libero, e quello umano, regolato dal lavoro, dalla ripetizione, dalla necessità.

Il gatto, in Bukowski, non è soltanto un animale osservato con simpatia. Diventa quasi una figura della vita allo stato puro. Non ha programmi, non deve giustificare ciò che fa, non lavora per raggiungere un risultato futuro. Esiste. Si muove, guarda, scatta, riposa. E proprio perché non è inchiodato a uno scopo, sembra possedere infinite possibilità. Ogni suo movimento potrebbe diventare qualcos’altro. È libertà prima ancora che felicità.

Dall’altra parte c’è l’uomo sul prato. Il suo gesto è ritmico, ripetitivo, quasi meccanico. Il ritmo normalmente potrebbe suggerire armonia; qui, invece, finisce per diventare il ritmo della costrizione: fare, rifare, avanzare, tornare indietro, completare il lavoro. L’uomo modifica il mondo, ma mentre lo modifica sembra anche esserne imprigionato.

Il gatto non produce niente e appare vivo; l’uomo produce qualcosa e appare consumato dalla propria attività.

È un contrasto molto bukowskiano. Bukowski diffida continuamente della vita organizzata: lavoro, carriera, rispettabilità, orari, obblighi. Non perché proponga davvero un ritorno ingenuo alla condizione animale, ma perché vede nell’animale qualcosa che l’uomo ha perduto. Il gatto non recita una parte. L’uomo, invece, è quasi sempre costretto a essere qualcosa: lavoratore, cittadino, marito, individuo produttivo.

E allora anche il titolo, «riportato alla vita come fuoco», acquista una forza particolare. Il fuoco è energia che non si lascia ordinare completamente: divampa, consuma, illumina, cambia forma. Essere «riportato alla vita come fuoco» significa forse ritrovare proprio quell’intensità elementare che il gatto possiede naturalmente e che l’uomo ha sepolto sotto la routine.

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