Andavano in camporella

serene springtime landscape with olive tree
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Ci sono parole che arrivano tardi nella vita. Non perché siano difficili, ma perché appartengono a luoghi che non sono i nostri. Quando, molti decenni prima, era stato trasferito per lavoro sulle rive del lago di Como, quella locuzione gli sembrava soltanto un’espressione dialettale del Nord. Solo qualche settimana dopo ne comprese il significato, e sorrise. Non indicava semplicemente un luogo, ma un modo di vivere il tempo. Andare in camporella voleva dire rubare qualche ora alla vita ordinaria e consegnarla, senza programmi e senza promesse, alla felicità.

E in camporella andavano, quando lei era libera, lungo la vecchia statale Regina, da dove, passeggiando in automobile, si potevano individuare i luoghi migliori, raggiungibili attraverso le stradine che salivano sulla collina.

Più volte, percorrendo la statale in direzione di Colico, in certe mattine nelle quali il lago sembrava una tavolozza di colori, imboccarono una trazzera che costeggiava un ruscello, tra ulivi che si allungavano da una parte e dall’altra. In primavera vi si respirava un’aria frizzante; d’estate una calura dolce e rilassante. Gli ulivi proteggevano dagli sguardi indiscreti e, lasciata l’automobile, si addentravano fino al ruscello, che accompagnava quella giornata con il suo mormorare.

Erano giorni felici. Magari ce ne fossero stati di più, per loro e per chiunque. Ma la felicità non è un bene illimitato, sempre a disposizione dell’uomo. Quando arriva, bisognerebbe custodirla con la stessa cura con cui si protegge ciò che si ha di più prezioso.

Restavano a lungo a osservare il lago. I cigni bianchi scivolavano lentamente sull’acqua lasciando dietro di sé una sottile scia, mentre i piccoli seguivano ordinatamente i genitori. La natura sembrava ancora incontaminata. Occasionalmente la ritraevano i pittori ambulanti che, spesso a piedi, arrivavano a quelle rive persino dalla Svizzera, dalla Germania o dall’Austria. Gli stranieri, pensava lui, sapevano talvolta apprezzare le bellezze italiane più degli stessi italiani.

Nella luminosità del mattino, filtrata tra i rami degli ulivi, prendeva forma una piccola festa campestre. Lei aveva portato in un borsone tutto l’occorrente per la colazione. Stendeva sul prato un grande fazzoletto ricamato e vi disponeva la pasta al forno preparata con le proprie mani, fette di salume e pezzi di formaggio acquistati dal pizzicagnolo e una bottiglia di birra, più per lui che per sé.

Parlavano. Lei raccontava della famiglia, dell’infelicità del suo matrimonio. Il marito era troppo geloso e proprio quella gelosia la spingeva, quasi per orgoglio, a incontrare di nascosto l’uomo che amava. Diceva di non appartenere a nessuno, nemmeno a suo marito, e che amare significava anche difendere la propria libertà.

Lui, invece, quella libertà se l’era conquistata lasciando il profondo Sud per trasferirsi ai piedi delle Alpi. Tra loro esisteva uno scambio continuo di affetto, fiducia e complicità, senza promesse e senza progetti per il futuro. Andare in camporella non significava soltanto fare l’amore. Era parlare, ascoltarsi, confidarsi, condividere il silenzio. Sotto quell’uliveto il tempo sembrava rallentare.

Un giorno lui raccolse un piccolo ramo d’ulivo, lo accarezzò e glielo porse. «Guarda queste foglie» disse. «Sono lisce e scure da una parte, morbide e chiare dall’altra. Non sai mai se una cosa è davvero quella che appare oppure anche il suo contrario. Dipende da quale lato la osservi.»

Lei non rispose. Lo ascoltava sempre così, senza interromperlo. Sapeva quanto amasse leggere e scrivere e, qualche volta, gli chiedeva di leggerle le pagine che aveva appena terminato.

Le due ore trascorrevano in fretta. Arrivava il momento di tornare, soprattutto per lei, che aveva due ragazzine ad aspettarla.

Certo, c’era stato anche l’amore che unisce i corpi, ma rappresentava soltanto una parte di quelle mattinate. Dopo camminavano nell’acqua del ruscello, che arrivava appena sopra le ginocchia. Si sciacquavano e ridevano come se appartenessero a un tempo remoto, quando ninfe e folletti abitavano ancora i boschi.

Molti anni dopo, quando ormai viveva dall’altra parte d’Italia e quasi tutti i protagonisti di quella stagione appartenevano più ai ricordi che al presente, gli capitava ancora, nelle notti d’inizio estate, di svegliarsi all’improvviso. Gli sembrava di udire il rumore dell’acqua che scendeva tra i sassi.

Apriva la finestra. Davanti a lui c’era soltanto la città addormentata. Eppure, per qualche istante, gli arrivava il profumo degli ulivi, vedeva i cigni scivolare sul lago e distingueva una donna che stendeva sul prato un grande fazzoletto ricamato.

Non cercava più di capire se fosse un sogno, un ricordo o una vita rimasta da qualche parte a continuare senza di lui. Era bello senza capire. Perché voler capire tutto?

Sorrideva appena. Poi tutto svaniva, come fanno le cose che hanno dato felicità.

Il piccolo ramoscello d’ulivo, conservato da tanti anni nel cassetto del comodino, era ingrigito ma resisteva.


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