
Da qualche anno gli accadeva sempre la stessa cosa.
Nelle notti di fine giugno, quando la luna si abbassava lentamente verso il mare e la città sembrava trattenere il respiro, il tempo perdeva l’abitudine di scorrere in avanti. I ricordi smettevano di appartenere al passato e tornavano a vivere.
Quella notte del 29 giugno si affacciò al balcone. La luna, grande e velata, sembrava aspettare qualcuno.
Fu allora che la vide. Camminava dall’altra parte della strada con lo stesso passo leggero di cinquant’anni prima. Non era invecchiata. Indossava il vestito chiaro che portava nei giorni della Tremezzina, sulla riva del lago di Como, quando il destino li aveva fatti incontrare nello stesso ufficio. Lui era il capo, lei una giovane impiegata assunta per tre mesi. Poi altri tre. E ancora altri. Ogni rinnovo del contratto era una festa silenziosa. Quel lavoro era indispensabile per la sua famiglia. Aveva un marito, autista di corriere, e tre figli.
Ma non era soltanto il bisogno di uno stipendio a trattenerla accanto a lui. Lo amava. Gli portava piccoli regali senza una ricorrenza: un maglione, una bottiglia di profumo, una cravatta. Doni acquistati sacrificando una parte dei suoi modesti guadagni.
Anche lui l’amava. Forse con la stessa intensità. Non con lo stesso coraggio.
Non le aveva mai chiesto di lasciare tutto e vivere insieme. Diceva a sé stesso di amare troppo la libertà. Forse, invece, temeva semplicemente di cambiare il corso della propria esistenza. Eppure era convinto che sarebbe bastata una sola frase. «Vieni con me.» Lei avrebbe accettato. Di questo non aveva mai dubitato.
Da quella frase mai pronunciata era nata tutta la vita che aveva vissuto. Ogni tanto si domandava quale uomo fosse diventato quello che, in un’altra esistenza, aveva invece trovato il coraggio di dirla.
La donna si fermò sotto un lampione e gli sorrise. Alle sue spalle comparvero tre ragazzi ormai adulti, il maschio era suo. Poi una casa con il giardino, un cane che gli corse incontro, una tavola apparecchiata per il pranzo della domenica. Erano immagini che non appartenevano alla sua memoria e che, tuttavia, riconosceva come proprie. Era la vita che non aveva vissuto.
Per qualche istante ebbe la certezza che bastasse attraversare la strada per entrarvi. Fece un passo.
In quel momento una nuvola nascose la luna. Quando la luce tornò, la strada era vuota. Non c’era più nessuno.
Rimase ancora a lungo affacciato al balcone. Alla sua età non aveva più senso stabilire se una scelta fosse stata un errore oppure il compimento di un destino già scritto. Gli piaceva pensare che, nelle notti di luna, a ogni uomo fosse concesso di vedere per pochi istanti la vita che avrebbe potuto vivere. Non perché la rimpiangesse.
Ma perché comprendesse che ogni esistenza, anche quella mai vissuta, continua silenziosamente a camminare accanto alla nostra.
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