
Molti interpretano “Il miracolo segreto” come un racconto sulla misericordia divina o sulla vittoria dell’arte sulla morte. Ma Borges, a mio avviso, lascia volutamente aperta la questione.
Il protagonista, Jaromir Hladík, chiede a Dio un anno per completare la sua opera teatrale. Dio glielo concede. Tuttavia quell’anno non appartiene al tempo del mondo: nessuno lo vede, nessuno lo vive, nessuno potrà mai leggere il dramma se non nella mente del suo autore. È qui che nasce naturale la domanda: perché?
Dal punto di vista pratico, quell’anno è inutile.
Hladík non viene liberato, non lascia alcun manoscritto, non comunica nulla agli altri uomini. Quando il tempo riprende a scorrere, i soldati sparano e tutto termina nello stesso identico istante in cui si era fermato.
Questa apparente inutilità mi sembra voluta.
Borges non offre un motivo sufficiente perché forse vuole suggerire che il miracolo non modifica il corso degli eventi. Modifica soltanto l’interiorità del protagonista. Ma anche questa trasformazione è ambigua. Hladík completa il proprio dramma nella mente, senza mai confrontarlo con il pubblico, con un editore o con la critica. È un’opera perfetta e insieme inesistente. Si potrebbe persino sostenere che il vero miracolo non sia il prolungamento del tempo, ma la sospensione della realtà. Per un anno Hladík vive esclusivamente nella propria coscienza. Il mondo esterno cessa di esistere.
Forse quel miracolo è inutile proprio perché la vita, prolungata di un anno, non cambia nulla. L’uomo desidera sempre altro tempo, ma non sa dire perché. Crede che un anno in più risolverebbe qualcosa. Borges sembra rispondere che il tempo aggiunto non modifica il destino. Hladík muore nello stesso punto della sua esistenza in cui sarebbe morto senza il miracolo. L’anno supplementare non altera la storia. Non salva il protagonista. Non salva l’opera. Non salva il mondo. Resta soltanto un’esperienza interiore.
Ed è qui che Borges si distingue da molti scrittori religiosi. Dio concede la grazia richiesta, ma la concede in una forma che non produce alcun effetto storico. È quasi una grazia privata, invisibile, che nessuno potrà mai verificare.
Mi viene un ultimo pensiero. Forse Borges vuole anche mettere in dubbio la nostra idea di utilità. Noi giudichiamo quell’anno inutile perché non lascia tracce nel mondo. Ma per Hladík esso coincide con il compimento della propria vocazione. Se si accetta questa prospettiva, il miracolo non serve a prolungare la vita biologica, bensì a permettere all’uomo di diventare, almeno per un istante, pienamente sé stesso.
È uno dei racconti più enigmatici di “Finzioni” proprio perché non ci dice se il miracolo abbia davvero avuto uno scopo. Lascia il lettore sospeso tra due interpretazioni: da una parte una grazia divina che compie interiormente un uomo, dall’altra un prodigio che, agli occhi del mondo e della storia, non cambia assolutamente nulla. Ed è questa irresolutezza, credo, a renderlo così affascinante.
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